103ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato

 

 

Il 15 gennaio si celebra la 103ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che ha come tema "Migranti minorenni, vulnerabili e senza voce". Riflettiamo, e meditiamo con le parole che Papa Francesco ha indirizzato  alla chiesa universale:

"Cari fratelli e sorelle, «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato» (Mc 9,37; cfr Mt 18,5; Lc 9,48; Gv 13,20). Con queste parole gli Evangelisti ricordano alla comunità cristiana un insegnamento di Gesù che è entusiasmante e, insieme, carico di impegno. Questo detto, infatti, traccia la via sicura che conduce fino a Dio, partendo dai più piccoli e passando attraverso il Salvatore, nella dinamica dell’accoglienza. Proprio l’accoglienza, dunque, è condizione necessaria perché si concretizzi questo itinerario: Dio si è fatto uno di noi, in Gesù si è fatto bambino e l’apertura a Dio nella fede, che alimenta la speranza, si declina nella vicinanza amorevole ai più piccoli e ai più deboli. Carità, fede e speranza sono tutte coinvolte nelle opere di misericordia, sia spirituali sia corporali, che abbiamo riscoperto durante il recente Giubileo Straordinario"

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Senza gioia non c’è futuro

Capita talvolta di mettere ordine tra i propri libri. Proprio in quei casi vengono a mano testi dimenticati. Questa volta un testo, una esortazione di Papa Paolo VI, Beato, inviata al mondo al termine dell’Anno Santo 1975, sulla gioia. Mi piace trascriverne qualche riga perché rileggendo ho pensato a Chiara Luce come sia stata testimone di quella gioia che il Papa incoraggiava ogni giovane a far propria. Non quella promessa e non mantenuta dalle tante pressioni, quella intima che il Signore solo può mettere nel cuore, perfino quando il capolinea della vita è a così stretto giro.

«Ci sembra che la presente crisi del mondo, caratterizzata per molti giovani da una grande confusione, denunci da una parte l’aspetto senile –del tutto anacronistico– di una civiltà commerciale ed edonistica, materialistica, che tenta ancora di spacciarsi come portatrice di avvenire. […] Questa generazione è in attesa di qualche altra cosa. Privata repentinamente di tradizioni protettive, e poi umanamente disillusa, sta forse per scoprire o ritrovare la novità sicura e inalterabile del mistero divino rivelato da Gesù Cristo. Per questo vi stimoliamo ad elevare il vostro sguardo, il vostro cuore, le vostre fresche energie verso le altezze, ad affrontare lo sforzo delle ascensioni dello Spirito. Questa è la gioia che vi offriamo. Essa si dona a chi l’ama tanto da cercarla tenacemente. Disponendovi ad accoglierla e comunicarla, voi garantirete nello stesso tempo il vostro personale perfezionamento secondo Cristo, e la prossima tappa storica del Popolo di Dio».

 

È confortante leggere queste parole. I maestri di vita dei tragici anni ’70 non erano solo quelli delle ideologie contrapposte, delle alternative che partono dallo sfasciare tutto.

Ed è consolante che ci furono ragazzi e ragazze che pensavano al futuro proprio e della società a partire da una conversione interiore, da una condivisione di ideali di fraternità, da una imitazione di Cristo che pone nella vita e in ogni condizione il desiderio dell’incontro per essere «abitati» da Lui. Certamente Chiara Luce faceva parte di questo tipo di gioventù che non rinuncia ad essere

una generazione nuova, che non si accontentò di formalità e vuole raggiungere l’essenziale scoperto nella persona di Gesù, se già in prima media scriveva: «Ognuno di noi è chiamato a preparare la via a Gesù, che vuole entrare in ciascuno di noi e nelle nostre famiglie. Uniti ci impegniamo a vivere per accoglierlo, per amarlo, per essere non noi, ma Lui; per aiutarlo a comporre sulla terra la città nuova, la Città di Dio!». (Dicembre 1982)

Il fremito di quegli anni che mobilitò i giovani per immettere ideali nel futuro raggiunge anche lei come tanti altri giovani cristiani nei movimenti, nelle parrocchie ma non con un protagonismo autoreferenziale, pronto a non implodere quando il presente si fa difficile. Raggiunta da un male imprevedibile annota: «I giovani sono il futuro. Io non posso più correre, ma vorrei passare loro la fiaccola come alle Olimpiadi... I giovani hanno una vita sola e vale la pena di spenderla bene».

E. S.