Chiara Luce splendida compagna nostra

 

C’è una retorica della santità alla quale, per quanto quasi sempre involontaria, sembra impossibile sfuggire. Che, i Santi, finisce per renderli eroi distanti dalle nostre vite normali, equilibrate, magari un po’ vigliacche. Così che li ammiriamo, e li amiamo per davvero, mentre ci consolano delle nostre imperfezioni.

 

Poi arriva qualcuna come Chiara, e neppure quella retorica ci consola. Perché la sua “Luce”, come Chiara Lubich volle quale suo secondo nome dopo averla incontrata, è un qualcosa che ha brillato dentro una vita normale, dentro una tragedia – purtroppo – normale, che l’ha strappata alla vita appena ventenne, in un tempo così vicino da essere il “nostro” tempo, tra gli anni del riflusso e quelli della Milano da bere. A metterci a disagio, a porci interrogativi e, soprattutto, risposte.

Chiara “Luce” Badano, prima focolarina a essere beatificata, arriva a mostrarci come si può vivere la “via stretta” in un’epoca che la maggior parte di noi ricorda bene. Nessuna eccezionalità in lei, se non un “piccolo” particolare che già in quegli anni Ottanta era abbondantemente fuori moda: amare Gesù senza riserve. Affidarsi totalmente a lui. Farsi strumento del suo amore.

Perché, per il resto, Chiara era una ragazza come tutti gli altri: una studentessa neppure tanto brillante, con anche una bocciatura nel suo curriculum – «Un’ingiustizia», aveva protestato – una gran passione per la bicicletta, e molti sogni, probabilmente. Poi, a sedici anni, il tumore alle ossa. A quell’età certe cose non dovrebbero accadere, sono quasi contro natura; e quando arrivano chi potrebbe mai condannare la disperazione? La differenza, ancora una volta, in quell’amore. Lo stesso che da bambina l’aveva accompagnata a un’attenzione particolare verso i più poveri, e i più deboli, nell’adolescente Chiara condannata dal male diventa una forza irresistibile.

È lei, così, ad accompagnare verso il proprio ultimo giorno chi le sta vicino, e non viceversa. È lei a incoraggiare, sostenere, preparare al momento in cui il suo ideale d’amore si compirà nella morte. A chiedere per quel momento il vestito da sposa. A salutare la madre, il 7 ottobre 1990, dicendo: «Sii felice, io lo sono!». Non ha lasciato opere, non ha fondato Istituti, non ha scritto pagine di alta spiritualità.

Chiara Luce ha sintetizzato tutto in ogni gesto quotidiano della sua breve vita, immersa senza riserve in quell’amore che aveva abbracciato con l’entusiasmo dei giovani, facendosi trascinare completamente da esso. Un abbandonarsi all’amore di Dio che è, alla fine, il tratto riconoscibile che accomuna le vite di tutti i Santi e le Sante di una Chiesa che in loro, in ogni tempo, dimostra la sua perenne capacità di rinnovarsi e di essere dentro la storia concreta degli uomini. In ogni luogo, in ogni tempo. Perché, alla fine, solo questo importa.

Si sono scritte migliaia di pagine sui perché e i percome la Chiesa proclami i suoi Santi, scomodando ogni sorta di “ragione” – sociale, politica, antropologica – per spiegarlo.

Chiara Luce Badano di Sassello, diocesi di Acqui, classe 1971, ancora una volta viene oggi a ricordarci che l’unica vera sapienza, l’unica ricchezza che un uomo può avere, sta in quell’amore che non pone riserve. E che in quell’amore sta tutta la libertà, e l’unica vera gioia possibile. Quella che fa dire a tua madre, prima di chiudere gli occhi, «io sono davvero felice».

 

Avvenire: Salvatore Mazza - 26 settembre 2010