Ed eccoci a ripercorre insieme la terza parte del mio viaggio missionario in Bénin

III puntata

 

Giovedì 3 Novembre, dopo aver salutato Mons. Assogba, suor Valérie e le novizie, mi riunisco al gruppetto con cui sono partita dall'Italia. Meta? L'Oceano Atlantico: raggiungere il Grand Popo (dal portoghese Pescatore), al confine col Togo. Seguirà la visita di Ouidah con la Via Del Non Ritorno, il rientro a Cotonou e la partenza verso casa.

 

 

Venerdì 4 novembre, percorrendo la via del mare giungiamo a Ouidah. Eccone brevemente la storia.

Ouidah fu tra il XVII e il XIX secolo uno dei principali empori dell'Africa occidentale per la tratta degli schiavi. Da questa città partì più di un milione di africani per essere scambiati con prodotti vari: alcol, stoffe, bracciali, coltelli, spade e soprattutto armi da fuoco, periodo di più grande traffico di schiavi nella storia della tratta negriera. Un commercio fiorente, quello con gli europei, che fece diventare presto il Regno di Abomey uno dei più ricchi e potenti, fi no alla colonizzazione francese.

La vendita veniva organizzata nella piazza Chaha, con “l’asta degli schiavi”, durante la quale gli europei si contendevano la manodopera africana a suon di off erte e rilanci, per aggiudicarsi gli elementi più validi. Non si pagava in denaro, ma gli schiavi venivano scambiati con oggetti e beni preziosi: uno specchio, ad esempio, per una cinquantina di schiavi; i bambini erano dati gratis e seguivano le madri. Gli acquistati venivano marchiati con la lettera del nome o cognome dell’acquirente.

La strada che conduce dalla reggia (ora museo) alla spiaggia è lunga quattro chilometri: è la strada che consegnava gli schiavi alle navi portoghesi. Per prima cosa si doveva arrivare a un grande baobab dove, bendati, le donne dovevano girare in circolo per sette volte e gli uomini per nove. Questo rito –attorno a quello che è stato chiamato l'albero dell'oblio– doveva servire a far perdere l'orientamento e dimenticare la propria vita precedente, evitando così la ribellione. A questo punto, uomini, donne e bambini venivano stipati per tre mesi in un grande stanzone senza finestre, zomai (dove la luce non va). Era il tempo normalmente impiegato per la traversata e tale tortura serviva come prima selezione per stabilire chi avrebbe resistito. Chi moriva o si ammalava veniva gettato in una fossa comune e chi sopravviveva veniva fatto girare per tre volte attorno ad un altro baobab. Significava che una volta morto –in quel "laggiù" che ancora non conosceva– il suo spirito sarebbe ritornato.

Era un omaggio alla propria tradizione, che venditori e venduti condividevano, e anche un modo per non incorrere nell’ira degli antenati. Infine, la partenza. Dalla spiaggia gli schiavi in catene venivano portati con battelli alle navi ferme nella rada e stipati nella stiva come sardine per un viaggio verso l’ignoto. Qualcuno, se ci riusciva, si gettava in mare prima, per morire pur di non affrontare un futuro sconosciuto che terrorizzava. Molte donne, durante la traversata, venivano violentate, altri morivano; la maggioranza di quelli che arrivarono non sarebbero più tornati, eppure la storia, i ricordi, i racconti, il dolore e a volte la rabbia, sono ancora vivissimi a Ouidah e in tutto il Bénin.

Altro che albero della dimenticanza… Tanti non sarebbero più tornati, è vero; non avrebbero riattraversato la Porta del Non Ritorno, ma molti dei loro discendenti sì, e sono quelli che non hanno dimenticato. Nell'anno giubilare del 2000 i cristiani hanno costruito la Porta del Perdono!