Alla scuola dei santi
  L'amore che cambia la vita un «segreto» al femminile
 
 
 
 

Il primato femminile dell’amore presente anche in alcune figure di sante del nostro tempo: Edith Stein, Itala Mela, Chiara Luce Badano In uno dei capitoli conclusivi del secondo libro dei Dialoghi nel quale racconta la vita di san Benedetto, san Gregorio Magno narra dell’ultimo incontro del santo di Norcia con la sorella Scolastica, che a sua volta aveva scelto la vita religiosa e viveva nei pressi di Montecassino. Secondo una prassi stabilita, la sorella veniva a trovare Benedetto una volta l’anno, poi ciascuno ritornava al proprio monastero. L’ultima volta, tuttavia, sentendo che si approssimava la fine, la santa chiese al fratello di trascorrere insieme anche la notte discorrendo delle gioie della vita celeste. Il santo tuttavia, temendo di trasgredire la regola, rifiutò categoricamente. Allora Scolastica invocò il Signore e subito si scatenò un temporale, di modo che Benedetto non poté mettere il piede fuori della porta e fu costretto a esaudire il desiderio della sorella. Commenta san Gregorio: «Poté di più colei che amò di più». Al riguardo il teologo von Balthasar parlava del primato femminile dell’amore presente anche in alcune figure di sante del nostro tempo.

La prima di queste testimoni contemporanee dell’amore è santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein (1891-1942). La sua vita fu caratterizzata da un duplice esodo. Il primo si verificò nella seconda decade del 1900. Prima dottoranda e poi assistente di Edmund Husserl, rinunciò alla fede del suo popolo, Israele, rifugiandosi in uno scientismo agnostico. È un primo passo cui ne segue un secondo: l’adesione al cristianesimo, ancora più incomprensibile per la sua famiglia. Edith tuttavia, pur con il cuore infranto, segue la sua vocazione, che negli anni diviene ancora più esigente. Nel 1933 l’ascesa al potere di Hitler intensifica la discriminazione razziale nei confronti degli ebrei, di modo che Edith deve lasciare l’insegnamento ma può realizzare il suo desiderio di entrare nel Carmelo. Nello stesso tempo ha chiara la percezione di dover compiere un nuovo passo: «Avevo già sentito dire delle severe misure prese contro gli ebrei... In quel momento ebbi l’intuizione che Dio appesantiva di nuovo la mano sul suo popolo e che il destino di questo popolo era anche il mio». L’esodo si trasforma così in un ritorno che porta Edith a condividere le sofferenze di Israele. Il 2 agosto 1942, arrestata dalla Gestapo, dice alla sorella Rosa che l’aveva seguita nella scelta di aderire al cristianesimo e di entrare al Carmelo: «Su, andiamo per il nostro popolo». Qualche giorno dopo alla stazione di Schiffarstadt una giovane signora si sentì chiamare dal finestrino di un treno da una suora. Era suor Teresa Benedetta che le disse: «Saluti le suore di santa Maddalena: sono in viaggio per l’Oriente». Il messaggio per le consorelle era chiaro: lei e la sorella erano in viaggio per l’oriente di Auschwitz, in Polonia, soprattutto andavano incontro a Gesù, il sole d’oriente, venuto a portare a pienezza l’antica alleanza e salvare così tutti gli uomini. Nella sua partecipazione alle sofferenze dei figli di Israele santa Teresa Benedetta aveva così modo di manifestare la sua ininterrotta appartenenza al popolo dell’alleanza. Con il suo amore per la Chiesa e per Israele ella è un dono di Dio ai cattolici perché riconoscano la fedeltà di Dio verso il popolo dell’alleanza e non coltivino più sentimenti di rancore ma di gratitudine e affetto.

Sulla strada del dolore che, come nel caso di Edith Stein, porta a riscoprire l’amore troviamo nel nostro Paese Itala Mela, di recente (il 20 giugno) proclamata beata. Nasce alla Spezia il 28 agosto del 1904. I genitori, entrambi insegnanti, sono persone di profonda onestà ma lontani dalla fede. Itala, tuttavia, riceve i sacramenti dell’iniziazione cristiana, in seguito però allontanandosi progressivamente dalla fede. La morte dell’amato fratello Enrico la conferma in questo diniego. Scrive sdegnosa: «Dopo la morte il nulla». Come per Edith Stein, tuttavia, la negazione di Dio è solo una tappa sulla strada che doveva portarla definitivamente alla fede. Lasciata La Spezia per iscriversi alla facoltà di Lettere dell’Università di Genova, entra in una crisi dolorosa. Prega: «Se ci sei, fatti conoscere». Siamo nel 1922, la lotta dura ancora per qualche mese. Nel 1923 le difese di Itala crollano definitivamente, e confessa: «Signore, ti seguirò anche nelle tenebre a costo di morire». Determinanti per la sua formazione spirituale furono alcuni incontri avvenuti in seno alla Fuci, la federazione degli universitari cattolici guidata da monsignor Giovan Battista Montini, il futuro Paolo VI. Dopo la laurea in Lettere, inizia a insegnare a Milano dove conosce il beato cardinale Schuster. Sono anni di intensa vita spirituale durante i quali Itala matura la vocazione di farsi monaca benedettina. Una grave malattia, tuttavia, le impedisce sia di proseguire nell’insegnamento sia di seguire la vocazione religiosa. La sua vita sembra, dunque, un ininterrotto fallimento reso più drammatico dalle difficoltà economiche causate dalla guerra. Ritorna infine a casa dove non le resta che l’abbandono totale in Dio. Scrive: «Viene l’ora in cui l’anima è invitata ad accettare di andare a lui in una povertà estrema per ricevere tutto dalla sua munificenza». Sarà questa ormai la via di Itala, sempre più malata, sempre più privata di ogni aspirazione terrena. «Assolutamente povera, io aspetto d’essere da lui, da lui solo, introdotta nel suo regno. Sento che devo farmi bambina in attesa, lasciarmi guidare da lui, preparare da lui. Quando? No, non voglio saperlo, Padre». Le tappe della spoliazione di Itala tuttavia sono come le stazioni della Via Crucis di Gesù. Esse non terminano con la deposizione e la discesa agli inferi, sono invece la via verso la risurrezione. Così le grandi sofferenze fisiche e spirituali di Itala le aprono la strada al dono dell’inabitazione trinitaria, della presenza di Dio Trinità nella sua anima. Scrive: «Fare dell’inabitazione trinitaria il centro della vita! Lasciare che Dio c’invada e che col suo volere, col suo amore sommerga il nostro io e lo sostituisca: quando vivremo completamente questo programma, ci sarà nella nostra vita un incendio immenso e noi ci consumeremo nella sete della sua gloria. Non ci sarà più in noi che un amore divorante per tutte le anime... La premessa dell’inabitazione è l’amore: l’inabitazione è il pegno e il possesso dell’amore essenziale: la conseguenza dell’inabitazione è l’amore». La carità trinitaria è la grande intuizione e il lascito di Itala Mela alla Chiesa.

Dinamica, sportiva, bella, Chiara Luce Badano è una ragazza del nostro tempo. Nata a Sassello nel 1971, sembra avere davanti a sé una vita colma dei riconoscimenti che il mondo dona ai più fortunati. Non è questa, però, la scelta di Chiara che sembra cominciare a vivere nel momento in cui incontra il movimento dei Focolari. La bambina ha appena 9 anni ma comprende già lo spirito dell’unità, l’esigenza di amare prima ancora di essere amati. Nel 1985 la famiglia si trasferisce a Savona per consentire a Chiara di frequentare il liceo classico. Nonostante l’impegno, ella incontra qualche difficoltà nello studio, però è sempre lieta e generosa. Per questo motivo Chiara Lubich le attribuisce un secondo nome, Luce, che è spiegazione di quello sguardo radioso che comunica gioia e incanto. Neppure il dramma che si presenta nel modo più inatteso e beffardo riesce a estinguere quella luce. Giocando a tennis, Chiara avverte un forte dolore alla spalla. Sembra uno strappo, per cui nessuno vi dà peso. Il dolore, tuttavia, persiste e gli esami cui bisogna finalmente far ricorso danno un responso impietoso: sarcoma osteogenico con metastasi, una delle forme tumorali più gravi e dolorose. Dopo l’iniziale sgomento, Chiara si prepara coraggiosa alla via crucis che l’attende. Scrive a Chiara Lubich: «Questo male Gesù me lo ha mandato al momento giusto, me lo ha mandato perché io lo ritrovassi». Ed effettivamente ella intensifica il rapporto con Dio, si sente avvolta in uno splendido disegno che prende forma man mano che passano i mesi. Non mancano le prove causate dalle sofferenze sempre più intense, ma Chiara ha viva la percezione che lo sposo sta per arrivare. Con Maria Teresa, la mamma, prepara la 'festa di nozze', il suo funerale. La mamma, ovviamente, non riesce a trattenere le lacrime ma Chiara le lascia come testamento ed eredità le sue ultime parole: «Ciao, sii felice perché io lo sono». Dopo il funerale un amico commenta: «Per la prima volta sono riuscito a essere sicuro dell’amore di Dio». Ed è questa la testimonianza della beata Chiara Luce Badano, come di tante altre sante: l’amore può di più. È la realtà che viene da Dio, che più a Lui ci avvicina, che, come ci insegna papa Francesco, ci rende testimoni credibili di fronte agli uomini, nostri fratelli.

 

Fonte: Avvenire - Elio Guerriero mercoledì 13 settembre 2017