Ed eccoci a ripercorre insieme l’ultima parte del mio viaggio missionario nel Bénin

IV puntata

 

Sabato 5 e domenica 6 novembre: Ritorno a Cotonou con due notti nella struttura della Conferenza Episcopale Beninese (CEB) e preparazione dei bagagli.

Siamo nuovamente, come all’arrivo, immersi nello smog del traffico caotico di questa città causato soprattutto dalle migliaia di motorino (i loro taxi).

La mattinata trascorre nel mercato artigianale locale: oggetti artistici, semplici ma che attirano l’attenzione e sovvengono a qualche necessità di chi li ha creati.

 

 

   

 

 

Nel pomeriggio alcuni di noi si recano nel villaggio di Ganvié, costruito con palafitte sull’acqua: la “Venezia Beninese”.

L’ultimo giorno è aperto dalla partecipazione alla Messa domenicale nella parrocchia del Buon Pastore. Come ogni messa affollatissima e molto partecipata, non di certo come le nostre Messe vissute nella maggioranza dei casi controllando l’orologio e con distacco.

Il pranzo è stato impreziosito dalla presenza di Grégoire e di un volontario, medico psichiatra in Canada. La testimonianza che Grégoire ci a donato è sconvolgente: lo si potrebbe chiamare Paolo di Tarso.

Cattolico, ma di fede tiepida se non indifferente, vede il Cristo in una donna considerata pazza e incatenata in terra con le braccia a forma di croce su cui stavano facendo dei riti vudù. Da quell’istante la conversione e l’impegno a salvare questi ammalati, coinvolgendo tutta la sua famiglia. L’opera si è ampliata e diffusa; molti “ammalati” sono divenuti suoi collaboratori.

 

   

 

Lasciatolo con molta commozione ci prepara alla partenza che avverrà verso Parigi alle ore 24,00, dove un gruppo si separerà per raggiungere la propria casa: Piemonte, Lombardia, Veneto e Trentino. Io, dopo sei ore di volo e la sosta, giungerò a Torino alle ore dieci del mattino di lunedì 7 novembre.

Che cambiamento… Di tutto: dal clima torrido e umido alla neve di Parigi; dai canti e le danze di accoglienza all’indifferenza di chi ci passa accanto; dalla povertà estrema al consumismo sbandierato come risorsa di benessere e di felicità…

Il souvenir lasciatomi e portato con me? Il sorriso di questo popolo poverissimo, mite e dignitoso, che non scompare mai dal loro volto anche nel dolore, e che mi rimarrà perennemente impresso nella mente e nel cuore.