Stare al gioco di Dio

Luce d'Amore - Onlus

Stare al gioco di Dio

Il 29 ottobre si celebra la festa di Chiara “Luce” Badano. Forse non tutti conoscono il motivo di questo secondo nome: perché “Luce”? La giovane Beata aveva chiesto personalmente a Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, di scegliere per lei un nuovo nome che la aiutasse a vivere meglio il Vangelo. Un incontro importante quello con la Lubich, da cui nasce in “Chiaretta” – come la chiamavano gli amici più cari – questa riflessione: «Mi piacerebbe essere una cristiana vera, autentica, di quelle che vanno fino in fondo; non voglio e non posso rimanere analfabeta di un così straordinario messaggio. Come per me è facile imparare l’alfabeto, così deve essere anche vivere il Vangelo». E questa frase d’infanzia suona come una profezia.

Chiara nasce nel paesino di Sassello (Savona), attesa dopo 11 lunghi anni: il padre, Ruggero, uomo dagli occhi profondissimi, racconta che, nel soffrire per la sua non ancora compiuta paternità, pregava sul camion mentre lavorava. Anche la madre, Maria Teresa, è un’autentica testimone dell’amore di Dio; nel narrare la sua esperienza afferma che, alla nascita della figlia, «da subito avevamo avvertito nell’anima che Chiara non era figlia nostra, ma figlia di Dio, e come tale dovevamo crescerla nella Sua libertà». L’ubbidienza alla volontà del Signore e la conseguente accettazione del Destino rappresentano per la famiglia Badano una costante che accompagna provvidenzialmente tutta la vita loro e di Chiara Luce. È indubbio che Ruggero e Maria Teresa ricalcano la famiglia di Nazareth: due persone umili, di intensa e concreta fede. Sarà la stessa figlia, più avanti, a rivolgersi al padre dicendogli: «Papà, quando abbiamo questa presenza di Gesù in mezzo così forte tra di noi, noi siamo la famiglia più felice del mondo!».

Un racconto che ci avvicina a comprendere meglio questa bambina così luminosa proviene dalla mamma, che un giorno le suggerisce di regalare alcuni dei suoi giochi ai bambini più poveri, ma Chiara risponde: «No, sono miei!». E qui, nessuna novità. Ma dopo poco, Chiara chiede a Maria Teresa una borsetta di plastica e sceglie di regalare ai bimbi proprio i giochi più nuovi, giustificando così questo gesto: «Ai bambini poveri non si possono dare giocattoli già rotti!». Non vi viene in mente una parabola di Gesù? «[…] Un padre chiede al secondo figlio di andare a lavorare nella vigna ed egli rispose: non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò»…

Chiara cresce e sceglie di frequentare il liceo classico di Savona. Nonostante gli insegnanti la instradino verso un altro percorso di studi lei è determinata e va avanti per la sua strada: vedremo come questa sua attitudine temperamentale la accompagnerà per tutta la vita. Alla fine dell’anno, però, viene bocciata, e qui avvengono le prime importanti riflessioni sul mistero della sofferenza, oggi la grande censurata del nostro secolo. Chiara assegna infatti un valore all’esperienza del dolore, interpretazione più che mai antitetica per la nostra società, in cui la sofferenza sembra dover essere a tutti i costi annullata: «Questo fallimento mi fa capire che non ci può essere gioia se non si affronta il dolore come ha fatto Gesù sulla Croce, che si sentiva abbandonato dal Padre». Di sofferenza Chiara farà molta esperienza.

Nel 1988, infatti, all’età di 17 anni, accusa un dolore alla spalla. La diagnosi è sconvolgente: osteosarcoma. Alla notizia, la madre, confermandosi nuovamente donna di grande fede, abbraccia il marito dicendogli: «solo Lui può aiutarci a dire il nostro “sì”». Ma Chiara? È pronta per il suo “sì”? Il 14 marzo 1989 scrive: «è tutto chiaro, io non guarirò più, me l’hanno detto i medici. Perché Gesù? Perché proprio io?». Maria Teresa ricorda che in quella circostanza Chiara cammina molto lentamente e le chiede di non parlare: si butta sul letto. La mamma rispetta, con discrezione e tenerezza, la richiesta della figlia: «in quel momento vedevo dalla sua espressione tutta la lotta che stava facendo dentro di sé, perché sapeva che doveva dire il suo “sì” a Gesù, non solo nella gioia ma anche nel dolore, ma lei voleva vivere! Dopo 25 minuti, con un sorriso raggiante mi dice: “mamma, adesso puoi parlare”.

Aveva preso atto del suo dramma e detto il suo “sì”». Come il fiat di Maria da quel momento la forza e la determinazione di Chiara non l’hanno più fatta tornare indietro: «Mi sento piccola, la strada da compiere è così ardua, spesso mi sento sopraffatta dal dolore e mi ripeto: se lo vuoi tu, Gesù, lo voglio anch’io. A me interessa solo stare al gioco di Dio». E ancora, durante la chemioterapia: «ogni ciocca che cade è per te Gesù».

Quando Chiara perde l’uso delle gambe scrive: «La mamma mi ha detto: “Gesù ti ha tolto le gambe ma ti ha dato le ali”». Quanta dolcezza in questa mamma che ha sempre saputo creare un clima di sostegno sia con le parole che con i gesti! Chiara sa di dover lasciare molte cose: che cosa prova? Immedesimiamoci e chiediamoci come ci sentiremmo noi senza tutto ciò che abbiamo, in una condizione simile: senza più poter camminare, sapendo di avere i giorni contati. Come reagiremmo? Lei la prende così: «Mi sento avvolta in uno splendido disegno che poco a poco mi si svela». Ecco di nuovo la sofferenza come mistero accettato. Il padre testimonia che lui e Maria Teresa erano convinti Chiara sorridesse solo per far piacere a loro, allora la spia dalla serratura e commenta: «Ho capito che Gesù faceva scendere una grazia su di lei».

Durante il ricovero Chiara riceve anche dei soldi che manda subito in Africa, convinta che «là sarebbero serviti di più». Un’amica storica afferma che Chiara avrebbe desiderato diventare pediatra.

Negli ultimi tempi – cure sospese – Chiara rifiuta la morfina in quanto vuole restare completamente lucida, in totale controtendenza rispetto alle normali richieste dei pazienti in simili condizioni. Un altro episodio molto commovente è quando, il giorno di S. Valentino, Chiara sollecita la mamma ad andare dal parrucchiere e a uscire a cena col marito: «Stasera dimenticatevi di me, guardatevi negli occhi e ditevi che vi volete bene». Maria Teresa ricorda: «Lì ho pianto, perché ho compreso che Chiara ci stava abituando a camminare da soli!». Una mamma sempre attenta e disponibile, ma non di meno la figlia: Chiara, così sensibile nei confronti della salute psicologica dei genitori, pensa già “in avanti”, così, quando chiede di poter avere, per il suo funerale, come una sposa, un abito bianco con una cinturina rosa, dice alla mamma: «quando mi vestirai dovrai sempre ripetere: “Ora Chiara vede Gesù”, per tre volte». Nell’ultimo saluto alla madre le scompiglia i capelli con una mano e sorridendo le dice: «Mamma, ciao! Sii felice perché io lo sono».

Il 19 dicembre 2009 Benedetto XVI firma il decreto di approvazione del miracolo di guarigione di Andrea Bartole attribuito all’intercessione di Chiara Luce Badano. Il 25 settembre 2010 viene beatificata.

Mons. Livio Maritano, vescovo emerito di Aqui Terme, rimembrando le loro conversazioni, rileva come Chiara cogliesse sempre «l’essenziale del Cristianesimo, puntando tutto sulla certezza dell’amore di Dio a cui ricambiare col “sempre sì”». In una registrazione vocale di Chiara, voce peraltro a mio parere dolcissima, questa affermazione è confermata: «Ho capito che se noi fossimo sempre in questa disposizione d’animo, pronti a tutto, quanti segni Dio ci manderebbe! Ho compreso anche quante volte Dio ci passa tanto e noi non ci rendiamo conto.

Adesso vi saluto, anche se avrei tantissime altre cose da dirvi, ma… (qui si fa silenzio) alla prossima puntata. Ciao a tutti!».
Chiara è stata descritta da tutti coloro che l’hanno conosciuta come una persona semplice, sempre sorridente, vivace, piena di vita, altruista, riconoscente. Negli anni ’80 incarna l’esatto opposto della moda del tempo e non cerca di mettersi in mostra. Sa ascoltare in silenzio senza interrompere: quale insegnamento per una società logorroica come la nostra! Oggi tutti parlano, ma quante relazioni si instaurano veramente? Chiara ci insegna che ascoltare implica un rapporto, un incontro personale, un’apertura accogliente.

E in questa scalata verso Dio, verso la cima, come capo cordata ci esorta: «I giovani sono il futuro, io non posso più correre ma vorrei passare loro la fiaccola come alle olimpiadi. I giovani hanno una vita sola, e vale la pena spenderla bene!». Il cuore è capace di amare nonostante tutte le condizioni esteriori; si può vivere con coraggio: la Santità è possibile anche ai giorni nostri.

Irene Bertoglio

Fonte: Pro Vita & Famiglia