Chiara Lubich: come Chiara Luce

Luce d'Amore - Onlus

Chiara Lubich: come Chiara Luce

 

“Nel nostro Movimento -pur tra le inevitabili prove a cui va incontro ogni Opera di Dio- stiamo vivendo, in questi ultimi tempi, momenti di particolare gioia dovuta a vari fattori.

  Uno di questi è senz’altro l’avanzare del processo di beatificazione di Chiara Luce Badano, la nostra gen ligure, ora “Serva di Dio”, che dalla Diocesi, dove si è concluso un primo studio, passa ora a Roma.

   Chiara Luce! Quanta luce in questa nostra Chiara! La si legge sul suo volto nelle foto scattate, specie nel suo ultimo periodo di vita. Quanta luce nelle sue parole, nelle sue lettere, nella sua vita tutta protesa ad amare concretamente tanti!

   Città Nuova italiana e le sue 33 edizioni, sparse nel mondo, hanno iniziato a parlare di lei, così la possiamo conoscere, possiamo bere alla sua vita, contemplarla come modello dei nostri e di tutti i giovani, ma anche come testimone per giovani ed anziani di un ideale già maturo in lei a 18 anni.

   Non posso e non voglio anticipare qui granché della bellezza e grandezza e santità della sua breve vita. Desidero che tutti noi cominciamo a conoscerla leggendo i nostri giornali o una sua biografia che uscirà presto. Anche se un pensiero lo voglio dire.

   Un insegnamento, uno sprone lo voglio trarre dalle sue convinzioni tutte ideali. Il Collegamento serve proprio per questo: per aiutarci a camminare avanti, e lei è già per noi una battistrada.

   In una delle sue ultime lettere mi confida la sua decisione – non dettata da altro, se non dall’amore e dallo Spirito Santo nel suo cuore – di voler amare Gesù abbandonato per Sé e non strumentalizzarlo a proprio beneficio.

   Quindi amare il dolore per Lui, per Gesù abbandonato e non tanto perché la divina alchimia, che conosciamo, lo tramuta in amore.

   E di dolori Chiara Luce ne ha conosciuti molti, specie nell’ultimo tratto della sua vita terrena. Ma aveva capito che erano le perle preziose che andavano colte con predilezione lungo le sue giornate.      Era in particolare nella sofferenza richiesta dalla fortezza, dalla pazienza, dalla perseveranza, dalla costanza, ecc. (tutte virtù necessarie per potersi dire cristiani in quei frangenti) che sentiva di poter amare.

   Era nelle “sorprese” (così chiamava i ripetuti allarmi del suo fisico) che poteva incontrarsi con Lui, veder apparire il suo volto, sfigurato e amante, ed abbracciarlo, come autentica giovanetta “sposa avvinta ad un Dio abbandonato”.

   Per cui con Lui ha vissuto, con Lui ha trasformato la sua passione in un canto nuziale, se ha voluto, una volta passata di là con la sua anima santa, vestire da sposa il suo corpo di qua, curando in anticipo ogni particolare, perché lei, in quel momento, sarebbe stata, così ha detto, “felice con Gesù”. Così affermava e così voleva dicessero i suoi genitori.

   Scelta radicale di Gesù abbandonato, la sua; scelta di ciò che fa male e che, se non si ama, può trascinare lo spirito in una galleria oscura.

   Sì, scelta di ciò che fa male.

In questi giorni, pensando a lei, che è balzata in primo piano sulla scena della nostra vita, ho ricordato una frase contenuta in uno scritto noto del ’49, intitolato: “Ho un solo Sposo sulla terra”. 

Dice: “Ciò che mi fa male è mio. Mio il dolore che mi sfiora nel presente. Mio il dolore delle anime accanto…”.

   Forse è bene non attendere la vigilia del nostro passaggio all’Aldilà per ripeterla anche noi, consci del suo valore, attratti da quella dinamica di vita a cui essa ci può portare.

   In questo Collegamento invito me e tutti voi a fare di questa frase una “luce per i nostri passi”, per poter far corona alla nostra piccola santa (come speriamo di poter chiamare, fra non molto, Chiara Luce), o “gen realizzata” come forse preferiscono i nostri giovani.

   Queste parole: “Ciò che mi fa male è mio” non sono del resto che una nuova versione di quello che già viviamo: “Sei Tu, Signore (= Gesù abbandonato), l’unico mio bene”.

Sì, così: “Ciò che mi fa male è mio”.

   E, perché queste non siano solo parole, cominciamo per abituarci, almeno per alcuni giorni, a contare quante volte al giorno le mettiamo in pratica, le viviamo. Funziona questo metodo e aiuta molto.

   “Ciò che mi fa male è mio”, in me, nei miei limiti fisici, morali e spirituali, e nei miei fratelli, nelle loro sofferenze d’ogni genere. Sarà, indirettamente, un ulteriore ottimo contributo a santificare non solo noi, ma Gesù in mezzo a noi.

   “Ciò che mi fa male” è mio più di ogni altra cosa, come per Chiara Luce.

   Coraggio allora! Non esitiamo a cominciare”.

 

                                                                                                         Chiara Lubich

 

Credere all’Amore:  N. 3 – Settembre 2008 – Anno V