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L’addio a mons. Maritano 

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L’addio a mons. Maritano 

Il Concilio si è fatto strada anche con la sua parola, il suo lavoro di professore, il ministero di prete e di vescovo. Mons. Livio Maritano, morto martedì scorso all’ospedale Cottolengo a 88 anni, ha vissuto in prima fila, nella Chiesa torinese, il tempo del Vaticano II e della sua prima applicazione in diocesi.

Nato a Giaveno nel 1925, ordinato prete nel 1948, era professore a Rivoli quando venne scelto da padre Pellegrino per succedere a mons. Pautasso come Rettore del Seminario stesso, negli anni delicati del rinnovamento conciliare. Pellegrino lo volle poi accanto a sé come vescovo ausiliare e vicario generale dall’ottobre 1968.

Abitavano entrambi in Arcivescovado e si incontravano ogni mattina, per fare colazione e mettere insieme le «novità del giorno». Mons. Maritano condivise per intero l’esperienza pastorale del card. Pellegrino e fu poi ausiliare dell’arcivescovo Ballestrero fino al 1979, quando il Papa lo trasferì alla diocesi di Acqui Terme. Sulla cattedra di San Guido rimase fino al 9 dicembre 2000, quando le sue dimissioni per raggiunti limiti di età furono accolte.

Tornò a Torino sempre accompagnato da Mariagrazia Magrini, che lo ha accompagnato e coadiuvato nell’attività pastorale a Torino e ad Acqui, per stabilirsi nella chiesa di Santa Cristina, dove ha offerto il suo servizio sacerdotale con grande discrezione e disponibilità.

Negli anni ad Acqui e poi in quelli successivi a Torino mons. Maritano fu particolarmente impegnato nella preparazione del processo canonico di Chiara «Luce» Badano, la ragazza del movimento dei Focolari beatificata a Roma nel santuario del Divino Amore nel 2010. Intorno alla figura di Chiara Luce mons. Maritano ha lavorato moltissimo, tenendo incontri e conferenza in tutta Italia, redigendo con Maria Grazia e altri collaboratori il giornale che fa da collegamento per le iniziative e coltiva la spiritualità cresciuta in questi anni.

Ma sono gli anni dell’immediato dopo-Concilio a Torino quelli in cui mons. Maritano ha lavorato, con discrezione e intelligenza, nel difficile compito di mettere in pratica, in una grande diocesi, gli insegnamenti del Concilio. In un’intervista rilasciata alla «Voce» nel 2008, in occasione dell’80° compleanno e del 40° di ordinazione episcopale, il vescovo ricordava come già il card. Fossati, quando Maritano era professore in Seminario, gli aveva chiesto di iniziare gli insegnamenti di sociologia, psicologia, pedagogia per affrontare con strumenti adeguati il cambiamento che si andava preparando. Come responsabile del Seminario mons.

Maritano si trovò ad affrontare l’«onda d’urto» del rinnovamento previsto dal Vaticano II per la formazione del clero: un cambiamento che a Torino significò anche rimettere in discussione metodi e pratiche di insegnamento, aprire il Seminario ad esperienze «esterne», da quelle nel sociale alle piccole comunità, all’inserimento nel mondo del lavoro.

E degli anni del «Sessantotto» diceva: «Ci sono stati dati positivi e imprudenze, anche da parte nostra. Era un periodo di sperimentazione: seminaristi al lavoro, seminaristi negli ospedali, nell’attività sociale verso gli emarginati. Bisogna dire che il cardinal Pellegrino non era contrario a tutto questo. Si trattava di occasioni per far maturare le persone, per abituarle ad affrontare ambienti ai quali non erano preparate. Abbiamo avuto delle esperienze positive da parte di parecchi e anche delle delusioni, non imputabili esclusivamente alle singole persone. Ci sarebbe stato forse bisogno di un coinvolgimento più diretto e convinto della comunità cristiana, un cambiamento nella mentalità comune del clero. Invece questi gruppi si sono ritrovati un po’ soli e questo spiega alcuni esiti non ottimali dell’esperimento. Ci sono state critiche da altre diocesi, ritenendo che fosse una concessione esagerata della libertà. Ma non era in nome della libertà che si dava spazio a queste esperienze negative: era in nome di una crescita e di un’aderenza ad una realtà sociale in trasformazione e che doveva essere affrontata, non ci si poteva chiudere in una mentalità ecclesiale tradizionale in tutto, anche nelle modalità del rapporto con la gente».

Il servizio di mons. Maritano a Torino si snoda intorno ai percorsi di una «apertura» della Chiesa alle nuove realtà sociali, con lo sforzo di comprendere e integrare in una «pastorale d’insieme» le nuove sensibilità e le «emergenze» di una società in rapido cambiamento, in cui la Chiesa avrebbe rischiato l’isolamento, l’incapacità di comunicare, se non avesse saputo compiere alcuni passi decisivi. La questione centrale della «scelta dei poveri» si incrociava in quegli anni con la pastorale operaia, che a Torino era al cuore di ogni possibile cambiamento.

«Quegli anni – diceva ancora mons. Maritano – volevano essere un momento forte di crescita di Chiesa in cui tutti fossero coinvolti: sacerdoti, i collaboratori, i cosiddetti impegnati… se gli impegnati sono solo impegnati nella catechesi  e nella liturgia com’è possibile far sì che si aprano a problemi nuovi? Io ricordo certi ritiri spirituali organizzati per il mondo del lavoro. Erano incontri a cui partecipavano soltanto persone che già erano sensibili, non le altre. Era una visione inadeguata e restrittiva del cosiddetto volontariato e dell’apostolato cattolico: perché non teneva conto del tutto, solo dei solchi già tracciati, la continuità sull’esistente, che poi si è dimostrato invece debole. Perché la scristianizzazione ha toccato un po’ tutti i punti! Quella sì che è stata universale. E non bastava quindi curare in particolare un aspetto dimenticando gli altri. La strategia parziale, non organica, è costata e costa tuttora alla Chiesa».

Marco BONATTI

( da «La Voce del Popolo» dell’11 maggio 2014)

 

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