Farsi dono

Luce d'Amore - Onlus

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Beatificazione di Benedetta Bianchi Porro
Cattedrale di Forlì – Sabato 14 settembre 20019

 

«Dopo ogni pianto sento qualcosa d’indefinito in me, un soffio, una pace, come se una finestra si fosse aperta per me nel cielo e io potessi guardare fin là serenamente». Benedetta Bianchi Porro

 

La beatificazione di Benedetta Bianchi Porro (Foto Frasca)

Benedetta Bianchi Porro e Chiara Luce sono due giovani unite non solo dall’intento di diventare medico, ma soprattutto dall’ideale di farsi illuminare dall’amore a Cristo crocifisso, “luce del mondo”.

Stroncate dalla malattia che sembra distruggere ogni loro sogno umano, hanno entrambe sperato oltre ogni speranza ed ora, riconosciute dalla Chiesa Beate attendono, nei tempi di Dio, la canonizzazione come modello di santità per la Chiesa universale.

Sono separate da trentacinque anni di vita, ma molti tratti le accomunano.
La santità non ha limiti né di tempo né di spazio: lo Spirito Santo agisce liberamente col suo soffio d’amore su ogni persona. È decisiva la risposta, e loro hanno detto di sì.

Benedetta nasce a Dovadola (Forlì) l’8 agosto 1936. Seconda di cinque figli, a tre mesi è colpita dalla poliomelite a una gamba, per cui rimane claudicante. Non ne fa un dramma: se alcuni compagni la soprannominano “la zoppetta”, non si scompone: «É la verità», e continua a giocare serena, col sorriso sul volto con gli stessi bambini, subito tornati amici come prima.
Come non pensare a Chiara quando, alla stessa età, per il fatto che si reca in chiesa per ricevere Gesù anche nei giorni feriali, viene chiamata “la suorina”, ma ciò nonostante è ricercata per la sua cordialità e bontà?

Benedetta, assai bella, è intelligente e cresce mostrandosi dotata di una particolare sensibilità e delicatezza nel tratto e nei sentimenti. Al tempo stesso è determinata: mira in alto e studia con profitto. Persino la menomazione le è di stimolo all’impegno: non vuole restare indietro. Non si chiude in se stessa, si apre alla vita. Molto socievole, si circonda di amici che la stimano e le vogliono bene. Esclama: «Com’è bello vivere!». Neppure alcuni interventi chirurgici valgono a frenarla e a smorzare il suo entusiasmo.

Iscritta al liceo classico di Desenzano ove la famiglia si è trasferita, a 17 anni, come a Chiara, la croce inizia a farle segnare il passo: si accorge di perdere l’udito mentre compaiono altri disturbi. Sono i sintomi del morbo che la porterà alla perdita di ogni sensibilità e alla paralisi totale.

Benedetta non si abbatte: lotta e decide, in quello stesso anno -proprio per vincere nel tempo il suo “nemico”- di prepararsi privatamente alla maturità per iscriversi subito alla facoltà di medicina. Ce la mette tutta, studia con tenacia, e vi riesce.
Ma la sordità aumenta; e le causa alcune feroci umiliazioni benché preparatissima agli esami: “Chi ha mai visto un medico sordo?” le urla in faccia un professore che scaglia lontano il libretto universitario. Benedetta tace e chiede scusa, mentre nell’aula regna un silenzio imbarazzante. “La carità non tiene conto del male ricevuto… Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1 Cor 13, 7). É un altro esempio che richiama le ingiustizie subite da Chiara al liceo e al comportamento da lei adottato.

Nel 1956, quando Benedetta si accorge di perdere la vista, esclama: «No, mio Dio: gli occhi no!». La malattia avanza in modo impercettibile, ma lei non si arrende e continua a studiare affrontando un esame dopo l’altro. Nessuno tra i medici consultati riesce a comprendere la causa del suo male. Sarà lei a diagnosticarselo: neurofibromatosi diffusa (morbo di Recklinghausen). Una malattia rarissima e inesorabile: lungo i nervi si formano tumori come piccoli nodi che distruggono gradualmente tutti i centri nervosi fino a provocare l’insensibilità totale. Ricoveri e cure non la fanno desistere nella determinazione di raggiungere la laurea. Ma il male peggiora e per la prima volta deve essere operata alla testa. Le debbono radere il capo. Si confida con la mamma: «Mentre mi tagliavano i capelli mi sentivo come un agnello a cui tagliano la lana, e pregavo il Signore perché mi facesse forte e piccola. Il Signore vuole da noi grandi cose. Ho sofferto molto e ho domandato al Signore di essere una pecorella nelle sue mani».
Quando Chiara decide di farsi tagliare i lunghi capelli che cominciano a cadere per effetto della chemioterapia, esclama: «Sai, mamma, ho sofferto, ma a ogni ciocca che cadeva in terra ripetevo: È per te, Gesù». Sublimità dell’offerta!

L’intervento su Benedetta ha un esito negativo: la paralisi del lato sinistro del volto, essendo stato leso per errore il nervo facciale. Nel caso di Chiara si è determinato l’effetto della paralisi alle gambe, con violente e continue contrazioni. Analoga è pure la risposta ai medici. Dice Benedetta: «Lei ha fatto quello che poteva»; e il grazie sincero sgorga dalle loro labbra. Il tempo passa veloce e il male avanza inesorabile. Un’ulteriore operazione blocca completamente le gambe a Benedetta. Da questo momento anche lei attraverso il dolore conquista una straordinaria libertà, accompagnata persino dalla gioia. Non si fa illusioni. Ambedue sono certe che usciranno vittoriose.

Scrive Chiara: «Il dolore superato rende liberi». E Benedetta dal canto suo: «Mamma, io non sono mai stata tanto libera come da quando sono immobile qui». Il male progredisce ulteriormente: Benedetta non riesce più né a vedere né a sentire; neppure percepisce il profumo di un fiore. Parla solo con un filo di voce; misteriosamente le rimane intatta una mano, con la quale attraverso l’alfabeto muto, fa passare parole, corrispondenza, notizie e sentimenti. In tal modo riesce a dare consigli e incoraggiamenti.

Anche Chiara amerà comunicare attraverso il telefono appeso alla testata del letto, e la sua cameretta nella mansarda sarà un altare dal quale potrà svolgere apostolato ed essere strumento di conversioni. Dalle deposizioni dei testimoni ai relativi processi diocesani, risulta che le due giovani furono sempre circondate da tante persone, attratte come da una calamita. Sempre nella gioia, mai stanche o tristi, anzi persino umoristicamente allegre. L’incontro con Gesù si avvicina. L’animo è sempre più delicato: non vorrebbero trascurare nessuno, e chiedono scusa.

É lo Sposo che arriva ed esse sono pronte ad andare a «far festa». Anche Benedetta afferma: «Io voglio solo la volontà del Signore: qualunque cosa lui decida, io sono contenta». E la mattina del 23 gennaio 1964, come una rondine spicca il volo verso il Cielo; una rosa bianca è fiorita in giardino… Si sono fidate di Dio e gli hanno donato il candido fiore della vita!

Mariagrazia Magrini

Credere all’Amore  N. 2 – Dicembre 2019